Questo sito utilizza cookie tecnici e di profilazione propri e di terze parti per le sue funzionalità e per inviarti pubblicità e servizi in linea con le tue preferenze. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie.

Le incantevoli pagine de “Il Manicomio dimenticato” sono, dico senza tema di azzardare troppo, un gioiello della letteratura antropofenomenologica o, meglio, il germoglio di una sua palingenesi: è la fenomenologia intesa dall’autore, una fenomenologia eretica quanto ramemoratrice, una fenomenologia che, lasciandosi istruire come soltanto la sapienza sa fare, ha appreso la lectio delle più attuali discipline che popolano oggi, intrecciandosi e arricchendosi vicendevolmente, l’esteso reame delle scienze umane.
Tratti decisivi, fulminei, eppure penetranti, da una scolorita e sfigurata molteplicità liberano idee; da scarmigliate sembianze, quasi tessere che hanno ritrovato il loro incastro, quasi giganti della bottiglia degli alchimisti, ricompongono e riaddensano figure antropologiche; suscitano, tra le “rovine”, da “esistenze sepolte”, come dalle ossa secche della profezia di Ezechiele, forme, fattezze, fisionomie, mondi, quasi patografie miniate.
Non è dato spesso. trovare, e tutto insieme, tanta perspicacia, tanta immaginazione, tanto spirito, tanta passione; una tale attentissima efficacia assimilatrice, la blondeliana intentio ad assimilationem; una tale caparbia, apollinea disposizione a significare ovvero a creare; una tale facoltà - poetica o, come è stato detto, profetica - di carpire figure all’insensata realtà; tale verticale, ascendente - mi piace dire, jaspersianamente - spirituale pulsione a produrre forme dall’informe, parole dall’inesprimibile, metafore dall’indescrivibile, da tutto ciò che lotta per raggiungere una figurazione per essere, per venire alla vita.
Ma, ciò che è davvero straordinario, tale attitudine metaforica, rapinatrice, procede pulsando, fluttuando, quasi sinusoide, e, sottraendosi, fuggendo a se stessa, si ritrae e si acquieta in una siderale solitudine, in un silenzio tutto lunare, che si lascia afferrare, fascinare, avvincere, che si lascia incatenare l'immaginazione, mozzare e sospendere -e pertanto plasmare- il pensiero: e allora le linee di questi affreschi spalancano l’abisso; allora, dietro le quinte, balugina, in una heideggeriana Lichtung, l’ombra di uno scrutatore d’anime, la cui ferma e rispettosa rinuncia a ricercare scheletriche essenze, pare mormorare il grande segreto della saggezza upanishadica: “Neti, Neti”, “Not quite that, not quite that”, “non è per nulla questo, non è per nulla quello”, “non così, non così”; e, così mormorando, e operando una sorta di trasgressione categoriale, si fa trasparente, si lascia attraversare, penetrare, trasfigurare, guardando di traverso, spiando, guardando senza guardare, senza smascherare, sfiorando per non frantumare questi ‘cristalli di pensiero sognato’, nella sincera aspirazione a dire ‘l’in sè della cosa’ o, preriflessivamente, “atteggiarsi a misura delle cose” e lasciare che la cosa dica il suo ‘in sé’, l’in sé’ vissuto, che è il fenomeno.
Chi non avesse mai inteso parlare di epochè o di attenzione fluttuante, ne dovrebbe tuttavia scorgere l’occhio, l’occhio che deve farsi strabico, l'occhio che deve accecarsi per poter sentire; ne dovrebbe tuttavia constatare una incarnazione: ma le idee non vogliono mai incarnarsi, poiché l’uomo le ama così, pure e prive di corpo, puro verbo, pura poesia, puro mito; ed è così che i ‘phenomena’, se non vissuti, non hanno più nulla da dirgli, se l’arte e la vita non dialogano più, i ‘phenomena’ tacciono.
Eppure qui l’osservare e il dire, l’osservante e la cosa osservata si rincorrono e si trasformano speculativamente, epifanicamente ri-conoscendosi e rivelandosi. Il circolo ermeneutico, nella sua più autentica vocazione, ripiegandosi empaticamente, appunto, ermeneuticamente, si fa sintassi. Coastruzioni, concordanze, coordinazioni inconsuete, rotture, discontinuità, ellissi, onomatopee, anacoluti: è come se le figure grammaticali, il lessico, la struttura sintattica, divincolandosi dall’usuale, torcendosi come per consensus, si atteggiassero, analogicamente, a incarnate metafore, a ideogrammi di quel mondo che inclinano a rappresentare, e scavalcassero così, prepotentemente, la jaspersiana barriera dell’incomprensibile, la frantumassero, ne percuotessero il limite, agitandosi pericolosamente, temerariamente al di sopra di questo solco: non è una barriera, ci dicono ...Tra il comprensibile e l’incomprensibile c’è il metacomprensibile, tra il descrivibile e l’indescrivibile c'è il metadescrivibile… Nelle segrete di quest’ultima e dimenticata città della follia, la fenomenologia, riprendendo le parole di Van Den Berg, si fa innanzitutto un metodico adattarsi, un atteggiarsi a misura delle cose, un modo di osservare nuovo… È questo modo di osservare nuovo che porta in sé la comprensione… Ascoltare ciò che i phenomena hanno da dire… Viverli… e la sua psicologia scaturisce da questa vita.

Go to Top