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Recensione: Corpo esistenze mondi. Per una psicopatologia antropologica

“Il corpo è la forma apparente dell’anima
e l’anima è il significato
dell’apparire del corpo”.
Ludwig Klages

Non sono i libri di psichiatria clinica, o di farmaco-psichiatria, che oggi riescono a sfuggire alla ruggine del tempo: sottoposti, come essi sono, alle rapide trasformazioni delle nosografie e delle farmacoterapie. Sono, invece, i libri di psicopatologia a sfidare gli anni e a mantenere, in alcuni casi, una loro radicale importanza: come “Allgemeine Psychopathologie”, del 1913, di Karl Jaspers che si continua a leggere e a studiare nella sua intatta modernità, e come (anche) questo libro di Bruno Callieri che nasce dalla passione della ricerca e da quella dell’ascolto, dalla passione etica della immedesimazione nel destino e nella soggettività dei pazienti, e da quella della riflessione lacerante sul mistero del dolore, sugli enigmi della conoscenza e della cura; dalla passione della interpretazione fenomenologica delle esperienze vissute e da quella della infinita ricerca dei significati che sono nascosti nelle forme di vita psicotiche e non-psicotiche, e che si rivelano fino in fondo solo alla intuizione. (Bruno Callieri: Corpo, esistenze, mondi. Per una psicopatologia antropologica. Con un saggio introduttivo di Gilberto Di Petta. Pagine 318. Edizioni Universitarie Romane, Roma, 2007. Euro 25,00. ISBN 886022-033-5).
Non ci sono, in Italia, altri libri di psicopatologia che possano reggere il confronto con questo. L’Autore ha letto e meditato tutti i libri di psichiatria di questo mondo: colti nel loro nocciolo radicale, e rivissuti nella loro significazione essenziale e nelle loro risonanze anche filosofiche. Non ci sono altri libri che ci immergano nei vortici senza fine delle esperienze psicopatologiche: analizzate, e descritte, in ogni loro aspetto antropologico e fenomenologico, metodologico ed epistemologico. Non ci sono altri libri che ci parlino degli orizzonti di senso, del mistero e dell’infinito, della sofferenza psichica con questa profondità e con questa immediatezza con questa discrezione e con questo rispetto della libertà ferita dalla malattia, e della dignità che la oltrepassa inesorabilmente. La psicopatologia antropologica di Bruno Callieri intende cogliere fino in fondo le regioni dell’umano, talora sfigurate dalla malattia e talora lacerate dal dolore, e nondimeno palpitanti e vive anche nelle situazioni estreme delle metamorfosi psicotiche dell’esistenza. La psicopatologia antropologica non si allontana mai dalla realtà umana dei pazienti, e non si isola mai nei labirinti della teoria; mantenendosi vicina alle dimensioni del colloquio e della cura: che sta nello sfondo di ogni riflessione fenomenologica.

Le aree tematiche del libro sono quelle del corpo, delle esistenze e dei mondi: come ci indica il titolo; e ciascuna di esse ci confronta con constatazioni psico-patologiche e considerazioni fenomenologiche di grande originalità.
La tematica del corpo, nella prima parte, si svolge lungo il sentiero di cinque capitoli: distinti l’uno dall’altro e nondimeno l’uno intrecciato con l’altro: la corporeità del corpo, quella del pudore, quella dell’amore, quella del tramonto e quella della morte. Nel capitolo iniziale, il problema del corpo è analizzato nella sua complessità e nella sua dicotomica separazione fra corpo fisico, corpo-cosa, corpo-oggetto, corpo proprio, corpo vissuto (che la lingua tedesca definisce, come si sa, Leib: da leben che significa vivere), corpo che si mondanizza e ci mette in relazione ininterrotta con il mondo in cui siamo immersi, corpo che è husserlianamente parola e gesto, volto e sguardo: tematizzati dalla loro infinita trascendenza. Negli ulteriori capitoli, il corpo vissuto è confrontato con il tema del pudore, oggi così dimenticato e ignorato, e nondimeno schelerianamente così radicato nella condizione umana, e con il tema dell’amore nelle sue molteplici articolazioni esistenziali. L’amore, al quale sono dedicate pagine bellissime e commosse, è analizzato nel suo intrecciarsi con la sessualità e nella sua radicale (ontologica) costituzione intersoggettiva (interpersonale); ma anche nei suoi adombramenti e nelle sue possibili diserzioni: nelle sue deformazioni e nei suoi svolgimenti (talora) psicopatologici come sono quelli della gelosia che si può trasformare in idea delirante. Ma il discorso fenomenologico e antropologico sull’amore si confronta anche con quella che è, o almeno finisce con l’essere, la psicopatologia della coppia: con le sue stridenti dissonanze emozionali e sessuali. (Come Bruno Callieri scrive con luminosa passione: “La relazione amorosa autentica è totalitaria, globale, immersa nella comunicazione, senza frontiera tra gesto e parola, tra sessuale e verbale. L’amore non è solo nascita di un clima di rivalorizzazione narcististica reciproca, esso soddisfa anche il bisogno di scambio, che spinge l’essere umano a sfuggire dalla sua solitudine”.)
La corporeità del tramonto, struggente e poetica immagine della condizione anziana, ci presenta (in particolare) le modificazioni profonde della temporalità che in essa riemergono; e la corporeità della morte ci offre splendide pagine sulla morte e sul morire: sulla loro dimensione esistenziale, e sui loro sconfinamenti psicopatologici tematizzati dalla tanatofobia e dalla tanatofilia.

La seconda parte del libro si compone di sette capitoli incentrati sulla tematica dell’esistenza: esistenza tra psicopatologia e filosofia; esistenza tra mente e corpo; esistenza e reciprocità, esistenza e incontro interpersonale; esistenza e altro-da-sé, esistenza e nulla. Sono capitoli nei quali psicopatologia e filosofia si articolano in dialogo l’una con l’altra, ma mantenendo, ciascuna, la propria autonomia di metodo e di conoscenza. Nel primo capitolo il problema delle reciproche (possibili) influenze è svolto nei suoi aspetti dottrinali; richiamandosi, in particolare, al pensiero, così attuale e così denso di riferimenti alla psicopatologia antropologica, di Maurice Merleau-Ponty, nelle sue correlazioni con il pensiero di Edmund Husserl e di Martin Heidegger. Nei capitoli successivi, delineate e discusse le correlazioni possibili, ma rifiutata la loro identificazione (proposta, oggi, nelle aree di una neurobiologia trionfante) fra mente e cervello, si viene approfondendo il discorso sulla reciprocità, sulla intersoggettività come fondazione ultima dell’esistenza. Solo quando questa si fa incontro interpersonale, solo quando l’io e il tu (come hanno sostenuto, in libri indimenticabili, Martin Buber e Gabriel Marcel) si trascendono nel noi, si realizza il senso ultimo della vita. Cosa, questa, oggi sempre più difficile da concretare, e non solo quando una esperienza psicopatologica scende in noi. Scrive Bruno Callieri: “Purtroppo, il “noi” che il fenomenologo incontra il più sovente è il noi dell’indifferenza, il vuoto, freddo, opaco “noi” di una società che continuamente perde il meglio del suo carattere umano. Si pensi al “noi”della burocrazia, dell’amministrazione, del mondo tecnocratico, a tutte le mille forme del “noi” anonimo ed inautentico, al “si” impersonale dell’esistenza giornaliera”; e nondimeno, al deserto nietzscheano della interiorità e della soggettività, che così vorticosamente cresce in noi e nella società della quale siamo parte, non è possibile resistere se non ricordando quello che, ancora, scrive Callieri: “a questo va contrapposto il noi antropologico della co-esistenza, della co-presenza (Marcel), della comunità”. Non c’è esistenza, insomma, che non sia nella geniale definizione di Heidegger: “essere-nel-mondo”, situazione, esserci-con-qualcuno; e la psicologia, così, cede il passo alla antropologia: allo studio dell’essere umano. Negli ultimi due capitoli di questa seconda parte il discorso di Bruno Callieri si confronta con la importanza della narrazione nel descrivere e decifrare le esperienze psicopatologiche, e infine con la tematica antropologica e filosofica, ma anche talora psicopatologica, del “nulla” come abisso nel quale rischia di esaurirsi l’esistenza in ciascuno, al di là della presenza, o meno, della malattia. Nel corso di questo ultimo capitolo egli si richiama, e questo ribadisce le latitudini della sua cultura, a Ludwig Binswanger, certo, ma anche a Jules Benda e ad Elias Canetti, a Giovanni Gentile e a Edith Stein; in una vertiginosa associazione di punti di vista psicopatologici e filosofici.

Sei capitoli compongono la terza e ultima parte del libro, dedicata agli orizzonti mondani, ai mondi, nei quali ogni esistenza si riflette e si immerge: il mondo della vita; il mondo e la spazialità del vissuto; il mondo della speranza; il mondo della colpa; il mondo della solitudine; e il mondo del sacro. Il capitolo dedicato al mondo della vita, alla husserliana “Lebenswelt”, è di significazione fondazionale; sottolineando, essa, la situazione originaria della condizione umana nella quale l’io e il mondo non sono cartesianamente separati ma intenzionalmente correlati, l’uno con l’altro. Questo capitolo ci consente di conoscere i molti volti nascosti e sconosciuti del mondo della vita, dei paesaggi dell’anima nelle diverse età: nella infanzia e nella vecchiaia in particolare, ed emblematicamente nella costituzione fenomenologica della ossessività, della malinconia, delle manie, e della schizofrenia. L’analisi degli stati d’animo deliranti, delle esperienze di fine del mondo, dei deliri nella loro molteplicità tematica, è straordinaria; e la loro dimensione antropologica risplende dolorosamente con una pregnanza semantica inattesa. Nel mondo della vita, lo spazio assume, certo, una drastica importanza, e della fenomenologia dello spazio vissuto il libro si occupa in un capitolo che si richiama a Binswanger e a Buytendjik, il grande studioso olandese, a Minkowski e a Schilder. Ma il mondo della vita è analizzato anche in ordine alle strutture antropologiche della speranza, della colpa, della solitudine e del sacro, in pagine di struggente bellezza che ci consentono di coglierne gli aspetti non solo psico(pato)logici, ma filosofici e teologici: nel contesto di un discorso fenomenologico che allarga i confini della conoscenza delle esperienze psicopatologiche e - contestualmente - delle esperienze quotidiane della vita; facendone riemergere, vorrei ripeterlo, sconfinati orizzonti di senso.

Non è possibile leggere questo splendido libro di Bruno Callieri senza esserne profondamente toccati nella intelligenza e nel cuore, e senza essere cambiati nel modo di vivere e di conoscere, di “curare” la sofferenza psichica: senza essere indotti a cogliere in essa, al di là del dolore e dell’angoscia, della tristezza e della disperazione, le tracce indelebili di una dignità e di una nostalgia di dialogo, di una speranza e di una creatività, “diverse” da quelle della vita di ogni giorno e nondimeno radicalmente significative.
Eugenio Borgna
Primario f.r. di Psichiatria
Ospedale Maggiore della Carità
Novara

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